domenica 26 luglio 2015

Oggi al tg5 hanno mandato un servizio sulla grande polemica che sta creando il caso della ragazza che ha accusato un gruppo di 6 (l'avvocato della difesa dice 7) ragazzi per stupro. Loro sono stati GIUSTAMENTE assolti,visto le molteplici incongruenze del caso (http://www.vanityfair.it/…/risposta-avvocato-ragazzi-letter…) Il tg5 comunque ha scelto di concludere il servizio tornando al problema della violenza sulle donne e ricordando agli uomini che chi usa violenza non è un uomo,adesso visto il fatto, credo sarebbe stato più corretto porre in evidenza anche il problema delle false accuse, il problema di ritrovarsi colpevoli anche se completamente assolti. Il danno che si arreca alle vittime della falsa accusa e alle vere vittime di violenza. Questo credo sarebbe dovuto essere il tema del servizio. (Glenda Mancini)

«Sta infangando la vita di 6 innocenti»

 La risposta dell'avvocato di uno dei sei giovani accusati di stupro e poi assolti, dopo il post amareggiato della ragazza che nel 2008 li denunciò di violenza sessuale

| di Redazione News
Qualche ora dopo la pubblicazione dell'articolo «Se fossi morta sarei più credibile?», il post amareggiato della ragazza che denunciò sei coetanei di averla violentata nel 2008 alla Fortezza del Basso e appena assolti dalla Corte d'Appello di Firenze, abbiamo ricevuto un'email da Salvatore Santagata, avvocato di L.P, uno dei sei.

La lettera della giovane che oggi ha 29 anni era un commento sulla sentenza che ritiene ingiusta: «A sette anni di distanza ho ancora attacchi di panico, ho flashback e incubi e lotto giornalmente contro la depressione e la disistima di me». Come abbiamo dato spazio alle sue parole, crediamo sia giusto darne altrettanto alla controparte.

Qui riportiamo l'email ricevuta: «In qualità di difensore di L.P., uno dei ragazzi accusato falsamente di aver commesso il più odioso dei delitti tra quelli contemplati dal codice penale, ritengo necessario ristabilire quella verità che per sette anni è stata distorta infangando la vita di sei (in realtà sette, vedremo poi perché) ragazzi e delle loro famiglie.

La sentenza della Corte d’Appello di Firenze ha riconosciuto l’innocenza degli imputati semplicemente perché è stato dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che non vi fu alcuna violenza sessuale di gruppo e che la ragazza non era e non è assolutamente attendibile, perché non si può riconoscere la patente di attendibilità a chi ha calunniato un povero innocente (il settimo ragazzo) ed ha mentito per ben 29 (ventinove!) volte.

In questa triste vicenda, infatti, nessuno ha ricordato che durante tutto il processo di primo grado i ragazzi accusati dalla sedicente vittima erano sette e non sei.

Per fortuna, però, il Tribunale di Firenze – nonostante la ragazza abbia riferito più volte, sotto giuramento, di avere impresso il ricordo di questo settimo ragazzo, con il cappello e la camicia nera, nell’abitacolo della macchina nel momento in cui cominciarono le presunte violenze di maggiore gravità – ha escluso la sua presenza per una serie numerosissima di circostanze oggettive, tutte puntualmente riscontrate, che lo collocavano altrove rispetto al luogo della presunta violenza.

A tale proposito è bene sottolineare che la sedicente vittima non ha impugnato la sentenza di assoluzione pronunciata in favore di questo settimo ragazzo.

Alla calunnia di cui abbiamo appena detto, si aggiungono le 29 falsità di cui riportiamo, in via di estrema sintesi, soltanto le più rilevanti:
1.Il Tribunale di Firenze (nella sentenza di primo grado, confermata sul punto da quella di appello) ha affermato che gli esami medici compiuti escludono la violenza sessuale descritta dalla ragazza stante la TOTALE CARENZA DI TRACCE DI ESSA, pacificamente incompatibile con un episodio di stupro di gruppo.


2.Sempre per il Tribunale di Firenze (nella sentenza di primo grado, confermata sul punto da quella di appello), la ragazza mente anche sul luogo della presunta violenza poiché dagli accertamenti tecnici esperiti “Non è revocabile in dubbio che a quell'ora gli imputati,(…), fossero nella zona dove tutti sostengono (…). L'incontrovertibile ricostruzione non può che essere messa in relazione con la testimonianza sul punto della persona offesa, pregiudicandone fortemente l'attendibilità, anche con riguardo alle risposte, in controesame a specifiche domande, di espressa esclusione da parte sua che la fase più grave dell'accaduto avesse avuto luogo presso lo "Strizzi garden" (…).


3.La Consulenza Tecnica tossicologica depositata in sede di appello ha escluso, nonostante i ripetuti racconti della sedicente vittima, che la ragazza fosse ubriaca all’uscita dalla Fortezza da Basso. Infatti, è stato accertato che a quell’ora la concentrazione ematica di alcol della sedicente vittima era inferiore a 0,8 g/l ed era in fase di costante diminuzione.


In buona sostanza, non vi è una sola parte del racconto narrato dalla sedicente vittima che abbia trovato conferma nella realtà dei fatti; ecco perché la Corte d’Appello di Firenze ha assolto i sei imputati, non perché abbia espresso un giudizio di disvalore nei confronti della condotta di vita della ragazza che mai è stata stigmatizzata, ma semplicemente perché innocenti. Fino ad oggi avevamo deciso di non rispondere ai numerosi articoli di stampa né alle provocazioni dei tanti che, senza conoscere neppure una pagina delle migliaia che compongono l’istruttoria di questo processo, si sono permessi di esprimere giudizi gravemente lesivi della dignità e della reputazione dei Giudici della Corte d’Appello di Firenze nonché delle sei vittime di questo processo; dopo oggi, rivendichiamo la verità storica e processuale degli accadimenti e preannunciamo che agiremo nei confronti di chiunque tenti di distorcene il contenuto».

Ci sono 8 commenti


  1. Riccardo G.
    Riccardo G., 22 Jul 2015 19:18:25
    È terribile la campagna di odio contro uomini innocenti lanciata dalla femminista che si nasconde dietro al blog "abbatto i muri" http://it.avoiceformen.com/falseaccuse/falso-stupro-alla-fortezza-da-basso/
  2. Giancarlo C.
    Giancarlo C., 22 Jul 2015 17:29:33
    Ma quali vittime


    Libero P.

    Libero P., @Giancarlo C. | 22 Jul 2015 18:05:27
    Quali vittime?? Sono stati assolti ogni oltre ragionevole dubbio. Fosse per voi, i tribunali non esiterebbero. Assolti perchè le versioni dei fatti della sedicente vittima sono state smentite nel dibattito processuale. Siete peggio della folle isteriche che durante il Terrore invocava la ghigliottina contro tutti e chiunque. E se accusassero a te per uno stupro mai commesso? Ti piacerebbe essere condannato.
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giovedì 4 giugno 2015

sabato 25 aprile 2015


Il sogno di una vera liberazione
dopo cent’anni di genocidi

Il sogno di una vera liberazione <br /> dopo cent’anni di genocidi
La recente rievocazione del genocidio del popolo armeno apre una lunga serie di tragiche ricorrenze che rinnoveranno nei prossimi anni il ricordo di un secolo che,estesosi ormai oltre le soglie del precedente, sarà ricordato per sempre con rassegnata vergogna e con costante inquietudine.
Il termine fu coniato da Raphael Lemkin, giurista polacco,  proprio di origine armena. Il neologismo volle dare un nome autonomo a uno dei peggiori crimini che l’uomo possa commettere. Comportando la morte di migliaia, a volte milioni, di persone, e la perdita di patrimoni culturali immensi, il genocidio è definito dalla giurisprudenza un crimine contro l’Umanità
In quel lontano 1915 i Giovani Turchi, tardi epigoni di un impero ottomano ormai al tramonto, si resero responsabili per la prima volta nella storia moderna dell’Umanità di una nuova modalità di sterminio condotta con una pianificazione dettagliata e un dichiarato obiettivo finale da raggiungere: la scomparsa di un intero popolo mediante la soppressione fisica di uomini e di donne, di anziani e di bambini e persino di non ancora nati.
Un primato raccapricciante inaugurava il ‘900 dell’orrore che avrebbe visto non solo due immensi conflitti mondiali e l’esordio dell’era atomica ma anche l’affermarsi del convincimento che potesse esistere un nemico collettivo da cancellare per sempre dalla faccia della terra.
Le immagini di antichi o recenti genocidi ricordano la definizione dell’accademico francese Gérard Prunier, secondo il quale mentre la pulizia etnica è lo sterminio di massa di una parte della popolazione per allontanare i sopravvissuti ed occupare il territorio, nel genocidio “vero” non esistono vie di fuga: anche i gruppi religiosi e politici non possono salvarsi attraverso la conversione o la sottomissione.
L’intenzione genocida, il desiderio di distruggere la popolazione vittima in quanto tale (spesso assieme alla sua memoria culturale) non è solo quello di assicurarsi il controllo di territori o risorse economiche eliminando gli oppositori reali o potenziali. Nel genocidio, il massacro è un fine e non un mezzo. È facile constatare tale intenzione se è esplicita e sistematica e accompagnata da prove documentarie prodotte dall’aggressore, mentre è difficile se è implicita e tendenziale.
La maggior parte degli eccidi del nostro tempo può essere considerata come appartenente alle categorie dell’esplicito e del sistematico.
La spaventosa cronologia dell’orrore può essere così riassunta:
Armenia 1915. Il genocidio ebbe carattere nazionale e religioso (armeni – ottomani) e ebbe come obiettivo l’eradicazione territoriale totale realizzata mediante deportazioni,carestie, malattie ed esecuzioni. Fece un milione quattrocentomila morti pari a circa il 70% della popolazione. Ancora oggi la Turchia ne nega l’intento genocidiario.
Holomodor 1932 -33 si inserì nei processi di sovietizzazione e provocò circa sette milioni di morti tra la popolazione ucraina rea di non voler rinunziare alla propria identità. Fu perpetrata attraverso una carestia pianificata, tra l’indifferenza della comunità internazionale
La Shoa, il genocidio più conosciuto e studiato anche a motivo della cornice bellica in cui ebbe luogo, si svolse dal 1941 al 1945 ed ebbe come scopo la soluzione finale del popolo ebraico (e di altre minoranze etniche) in un quadro di deliranti politiche eugenetiche. Fece oltre cinque milioni di vittime e rappresentò il massimo esempio di pianificazione operativa e amministrativa coinvolgendo l’intera popolazione tedesca che fu sostanzialmente passiva, quando non direttamente e consapevolmente impiegata nell’organizzazione dello sterminio.
In Cambogia dal 1975 al 1979 i Khmer rossi soppressero un milione e ottocentomila persone appartenenti in gran parte al ceto medio ed intellettuale, nell’intento di creare “un nuovo popolo” e di cancellare ogni influenza occidentale. Insieme ai quelli vietnamiti che fuggivano dal sud riconquistato da Hanoi, i profughi furono i primi boat people, si registrarono i primi respingimenti da parte di paesi quali l’Australia e le Filippine e diverse migliaia annegarono o furono divorati dagli squali. La Marina Militare italiana si distinse portando in salvo un migliaio di persone.
In Ruanda nel 1994 si consumò il genocidio degli Tutsi ad opera dell’entia degli Utu (minoranza etnica al potere) che pur sconvolgendo l’opinione pubblica internazionale anche per il prevalente uso di armi bianche sulle vittime, vide spettatori inerti anche le truppe ONU, inviate nel paese con regole d’ingaggio incerte ed ambigue. Con circa un milione di vittime venne estinto circa l’80% dei Tutsi.
Dal 1992 al 1995 ebbe luogo la tragedia bosniaca quale epilogo della dissoluzione della Iugoslavia. L’intento dichiarato da parte dei serbi di “ripulire” il paese dai mussulmani portò alla morte oltre centomila persone e vide l’impiego consapevole e pianificato dell’abominevole tecnica dello stupro etnico. Per quanto tardivo l’intervento bellico europeo e statunitense, cui prese parte anche l’Italia, riuscì a porre fine alle stragi e alla dittatura di Slobodan Milosevic che sarà poi giudicato dalla Corte Internazionale dell’Aja, senza tuttavia che si giungesse alla condanna, a seguito della morte dell’imputato sopravvenuta nel 2006.
Altrettanta rilevanza ebbero i frequenti interventi con intento genocidiario promossi da Saddam Hussein nei confronti dei curdi mediante l’impiego di armi chimiche, dal 1973 e sino alla vigilia della caduta del regime Baathista nel 2003.
Insieme ai fenomeni che è stato possibile definire in un determinato periodo temporale, vanno annoverati quei genocidi “lenti” che si protraggono ancora oggi e vedono principalmente coinvolti il popolo palestinese, le minoranze cristiane in Asia e nel centro dell’Africa ad opera di governi sovrani o di fazioni fondamentaliste spesso contrapposte.
Con la saldatura di molte di queste fazioni nel Califfato Islamico(ISIS o DAISH) guidato da Abu Bakr al-Baghdadi che ha raccolto l’eredità politica di Osama Bin Laden e con il riaccendersi dopo il 2011 della rivolta mussulmana in Siria, Iraq, Tunisia e Libia il fantasma del genocidio è tornato ad agitare il mondo per due principali ragioni. La prima riguarda l’interpretazione militare del Jihād coranico finalizzata alla distruzione del mondo degli “infedeli” dichiarato come inconciliabile con l’Islam; la seconda ragione ha a che vedere con le persecuzioni civili e religiose che stanno spingendo milioni di persone ad un esodo biblico verso l’Europa, mediante l’utilizzo di ogni mezzo di trasporto, a partire da quello affidato ai tragici barconi che cercano in ogni modo di superare il Canale di Sicilia.
Ancora una volta l’Occidente sembra in larga parte rifugiarsi nell’indifferenza come in passato si chiuse nell’ignavia e nel successivo tentativo di negazionismo, allontanando da sé il problema e lasciandolo sulle spalle dei paesi rivieraschi in cui approdano i profughi il peso dell’accoglienza come previsto dal Trattato di Dublino; la più recente modifica apportata nel 2008, non prevede infatti quando sarebbe accaduto nel Mediterraneo nel volgere di pochi anni e si basa ancora sulla previsione di un limitato numero di aventi diritto allo status di profugo, così come lo stesso è definito da trattati internazionali ormai datati.
Il dibattito in corso in queste ore si scontra con l’esito parziale e insoddisfacente del Consiglio Europeo del 23 aprile dove si è stabilito che “saranno compiute azioni per individuare e distruggere le imbarcazioni dei trafficanti prima che siano usate. Queste azioni saranno in linea con il diritto internazionale e il rispetto dei diritti umani. Si porterà avanti una cooperazione contro le reti dei trafficanti attraverso l’Europol e schierando funzionari per l’immigrazione in paesi terzi. Saranno triplicati i finanziamenti alla missione di sorveglianza e salvataggio Triton. Il mandato di Triton non sarà modificato e continuerà a rispondere alle chiamate di soccorso dove necessario. Sarà limitato il flusso dell’immigrazione irregolare e si eviterà che le persone mettano a rischio le loro vite attraverso la collaborazione con i paesi di origine e di transito, soprattutto i paesi attorno alla Libia.
Sarà rafforzata la protezione dei rifugiati. L’Unione europea aiuterà i paesi di arrivo dei migranti e organizzerà la ricollocazione dei migranti negli altri paesi membri su base volontaria. Chi non otterrà lo status di rifugiato sarà rimpatriato.”
Se non suonasse macabra in tale circostanza, si potrebbe utilizzare l’espressione “una goccia nel mare” per definire ancora una volta l’indifferenza dell’Europa (non solo degli stati ma soprattutto dei popoli) e la sottovalutazione di un fenomeno epocale che scuoterà nei prossimi anni le fondamenta stesse di un Vecchio Continente il quale sembra non avere ancora imparato nulla dalla storia e si appresta a diventare responsabile di un ennesimo genocidio dalla proporzioni gigantesche che si consuma nella tomba liquida del Mediterraneo. Né può essere in alcun modo esimente la preoccupazione elettoralistica, com’ è risultato in modo evidente dalla dichiarazioni del premier britannico Cameron, dell’eventuale avanzata dei soggetti politici della destra europea, in presenza di politiche di accoglienza ed integrazione omogenee in tutta l‘Unione.
Nel giorno in cui celebriamo la Liberazione dal Nazifascismo, sarebbe opportuno riflettere se stiamo ancora una volta comportandoci come coloro che nei tanti eccidi del nostro tempo si sono voltati dall’altra parte imponendosi di non voler sapere cosa stesse accadendo, salvo poi celebrare ipocritamente le vittime innocenti innalzando monumenti di ossa umane. E sarebbe utile ricordare il sacrificio di milioni di soldati alleati provenienti da tutto il mondo che sono sepolti nei grandi cimiteri di guerra spesso vicini a quelle spiagge in cui sbarcarono e morirono perché il mondo diventasse migliore e la speranza della “felicità” – come ha ricordato Papa Francesco pochi giorni fa – diventasse per tutti gli abitanti del pianeta il primo inalienabile diritto.
Se anche stavolta – e potrebbe essere l’ultima – ci chiuderemo nelle fortezze vacillanti della nostra “normalità” suoneranno implacabili le parole di Hanna Arendt a conclusione del processo che condannò l’ex contabile della morte Adolfo Eichmann a Gerusalemme il 31 maggio del 1962 : “Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali”, (La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, 2003).
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